Bibliotheek Amsterdam
Le Oblate non possono reggere la sfida, anche ampliate agli spazi attualmente occupati dal Museo Firenze Com’era, come vuole il Sindaco…
Guardate le immagini che ho portato dalla Biblioteca Centrale di Amsterdam, 7 piani di una struttura bellissima e modernissima.
(Per vedere lo SLIDESHOW con una definizione maggiore: QUI, poi cliccare SLIDESHOW)
Bilbao
Un’installazione di Anish Kapoor: un cannone spara ogni mezz’ora 10 kg di cera rossa, che si schianta sul muro alla velocità di 80 km all’ora, spappolandosi e colando.
E’ l’arte contamporanea, baby! visitata ieri al Museo Gugghenheim di Bilbao, questa sì, una architettura spettacolare..,

…..Souvenir con Daniela ed Erika….
Bilbao: una cittadina gradevole, rilassata, in un Pease Basco verde e naturalisticamente notevole…
Surrealtà, sogno e veglia
Sovrastato dalla razionalità del mio lavoro, cerco compensazione – come tutti – nelle letture che sollecitano altre dimensioni: arte, creatività, inconscio, spiritualità. Ecco un’incontro davvero stimolante.
“La danza della realtà” è l’affascinante biografia di Alejandro Jodorowski, poliedrico artista cileno, danzatore, circense, mimo, attore, sceneggiatore di fumetti, infine sciamano e terapeuta.
Non sto a fare una vera recensione del libro, perchè va questo per la ricchezza e l’intensità delle sollecitazioni. Solo qualche appunto.
Jodoroski crede – non da solo, in questo – che gli stati di coscienza siano molteplici, e che la veglia sia soltanto uno tra gli altri. E’ facile crederlo quando si ha la fortuna di fare sogni lucidi. Vi sarà capitato, qualche volta, no? Si sogna, si ha consapevolezza di sognare, e ci si stupisce di quanto il sogno sia realistico, più vero di quando si è svegli. Mi succede talvolta, ma non spesso.
Così Jodoroski sviluppa la capacità di governare i sogni lucidi, e riesce a vivere a comando le più fantasmagoriche ed eccezionali esperienze: per esempio volare, fare esperienze sessuali sublimi, viaggiare in luoghi, universi, tempi, fare,ecc.
Capovolgendo la tecnica psicanalitica l’artista propone l’ “interpretazione della veglia”: si ricercano i significati delle cose che accadono da svegli, nella convinzione che la realtà sia un danza magica e simbolica, fessura di creazione del possibile. “Perchè mi è accaduto questo? che cosa avra voluto dire?” Questa è la domanda da porsi.
La tecnica non serve per crearsi mondi artificiali, ma per trovare la strada della individuazione-guarigione, curando le pene esistenziali normali e le malattie, tutte manifestazioni psicosomatiche del disagio dell’identità.
E’ interessante che Jodorowski arrivi a queste convinzioni psicoterapeutiche, partendo non da Freud o Jung, ma dal surrealismo artistico: l’zione sovvertitrice della logica, il gesto spiazzante. Fondamentale è poi l’incontro coi guaritori e i ciarlatani, più o meno talentuosi, che gli insegnano la valenza curativa del del gesto magico, che è efficace in quanto momento di rottura di un corso psichico errato, e non perchè incide meccanicamente sulla malattia. Buona lettura.
Non parlate male di Avatar…
Avatar sembra stia polverizzando gli incassi di Titanic.
Io tra i due figli di Cameron non esiterei un attimo. Titanic è un bellissimo colossal, potente in tutte le dimensioni tradizionali in cui si può analizzare il cinema: sceneggiatura, recitazione, regia, musiche, ecc. Avatar è invece il tentativo tecnico di immersione in una realtà virtuale, adattando le più avanzate conquiste della computer grafica alla già “vecchia” tecnologia del 3D.
Per questo aspetto bisogna ammettere che i risultati sono eccezionali. La creazione del mondo fantastico di Pandora è strabiliante per simil-realismo ed effetti speciali.
Tutto il resto però non è all’altezza: nè intensità di storia, nè sincerità di sentimenti, nè volti credibili che interpretino l’una e gli altri.
Perciò la realtà virtuale si rivela essere artificio, non ancora arte.
Lo sbalordimento per le tre dimensioni passa presto (e dopo tre ore di occhialini viene il mal di testa).
Il racconto riproduce il cliché dei visi pallidi cattivi e colonizzatori contro i pellerossa buoni – sublimazione dell’antico senso di colpa degli americani – rielaborato in scala interplanetaria.
L’imperialismo capitalista e sfruttatore, e la sua mano militare, questa volta hanno la peggio contro la purezza e le profonde connessioni spirituali con la natura del popolo Na’vi.
Naturalmente c’è sempre l’uomo bianco che si redime, e aderisce alla superiore civiltà dei buoni. Già visto: da Piccolo Grande Uomo a balla coi Lupi a L’Ultimo Samurai.
L’altra matrice del film è chiaramente il filone Fantasy, coi popoli del bene e del male che si preparano all’ultima battaglia, coi draghi voltanti e il duello finale degli eroi.
Scarsa la dotazione di attori, forse per riequilibrare sui costi, altrimenti alti. Volti sconosciuti e personaggi a una dimensione (come ad esempio il capo militare dei bianchi, un marine che sembra uscito direttamente da Small Soldiers). O la Scienziata fumatrice accanita, vettrice di pubblicità occulta per le Big Tobaccos.
Insomma, vietato parlar male di Avatar…
Tutta un’altra musica
Grazie Marco. Sì, questo regalo che mi ha lasciato Babbo Natale sotto l’albero è graditissimo. Sì, avevi visto bene, ho letto altre cose dello stesso autore…
Sono giunto al mio quarto romanzo di Nick Hornby, e mi sembra che dopo tutto il successo, i film con Hugh Grant ecc, si sia un bel po’ affievolita la verve e la novità iniziale. Il vecchio Nick scrive un po’ sempre la stessa storia: giovani e non più giovani di fronte allo specchio del loro fallimento; crisi di crescita e svolte; abbandoni subiti e nuovi progetti di vita. Tutto ricucito in una trama di dialoghi che suscitano un sorriso riflessivo, con una apertura al riconoscimento dei propri sentimenti che è quasi un tabù per gli inglesi freddi e razionali.
E’ c’è sempre la passione per la musica pop. Duncan è il solito ragazzo che non vuole crescere, che vive del culto di un artista in ritiro da 20 anni, il rocker americano Tucker Crowe, famoso per un unico apprezzato ma sopravvalutato LP. Tale passione adolescenziale monomaniacale, condivisa nei forum con altri fantasticatori perditempo, lo porta ad allontanarsi dalla propria compagna Annie, ormai desiderosa di maternità e di una relazione più matura che Duncan non è in grado di offrire.
I due si separeranno e cominceranno ritessere le loro vite. Il caso e un certo risentimento porteranno Annie a conoscere e innamorarsi del vero Tucker Crowe, ormai anziano e inviluppato anche lui in una serie di fallimenti come padre, compagno, artista.
Lo svelarsi dell’umanità mediocre di musicista tramontato è una discesa nel reale e occasione di racconto dolceamaro delle nevrosi di un certo hobbismo un po’ fanatico, che copre vuoti esistenziali e incertezze di una generazione di mezza età priva di solidi riferimenti.
Romanzo leggerino, tutt’al più gradevole senza impegno, ma sbagliato nel titolo in italiano. Doveva chiamarsi; “Sempre la stressa musica”.
Swedish Hero
ECCO UN GENIALE ESEMPIO DI CREATIVITA’, SPIRITO DEMOCRATICO, COMUNICAZIONE WEB 2.0
Clicca sull’immagine:
Iasi, Romania. 17 dicembre 2009
Here is a little souvenir of a nice visit to Iasi early childhood educatioon and care services. Thanks to Ovidiu, Liliana, Elena, Mioara, from the University of Iasi, Faculty of Psychology and Educational Sciences.
L’arte di correre
“Avrò 18 anni finchè non muoio“. Questo motto Murakami Haruki fa scrivere sulla sua bicicletta da corsa, con la quale si allena alle gare di triathlon. Nuoto, bicicletta, corsa, gare massacranti di resistenza che presuppongono un’allenamento costante, una volontà determinata.
Solo che Murakami ha sessant’anni, non è un ragazzino.
Di professione fa lo scrittore, e in questa “Arte di correre” racconta della sua passione per la maratona e per le gare. E di uno stile di vita sobrio, normale, da operaio della parola scritta, uomo qualunque. Riflessioni quiete sulla sfide atletiche, sulla vita e sull’età che avanza, frutto della saggezza che proviene dall’equilibrio raggiunto tra hobby e professione.
Anch’io, svoltati i 40 anni, ho praticato la corsa per alcuni anni. Una voce interiore suggeriva: ti manterrarai in forma, fermerai l’orologio della decadenza. Credo di aver raggiunto allora prestazioni atletiche eccezionali, che magari in passato non avevo mai cercato -perchè la vita incalza altrimenti. Allora si crede di poter forzare e fare finta di nulla. Il mio battito cardiaco era sceso a 50 al minuto. Finchè non interviene un epidodio, un’ipocondria, e allora ti dici: non fare il bischero. Non ho più 20 anni, e neanche 30.
Oggi mi accontenterei di passare per un 38enne in ottima condizione.
“Sono sempre in pista”: E’ in fondo questa conferma che cercano i maratoneti alla prova con sè stessi. La corsa come metafora della vita e cura della mente-corpo. Mai così in forma e mai – come ogni giorno e ogni momento – lo sapevate? – così vicini alla fine.
Videocracy
Pensavate di saperne abbastanza sul potere mediatico di Berlusconi? Andate a vedere “Videocracy”.
Scoprirete forse qualcosa di nuovo, che va oltre la denuncia della propaganda politica attraverso i giornali e le tv posseduti o controllati dal Caimano.
Erik Gandini, il regista italo-svedese che ha realizzato il documentario, era nelle condizioni migliori – perchè un po’ dentro un po’ fuori dall’Italia – per cogliere come la televisione commerciale negli ultimi 30 anni nel nostro paese abbia lavorato nella cultura profonda degli italiani, inoculando i modelli culturali dell’apparenza, del successo facile, del denaro, attraverso lo specchietto del mondo scintillante della TV.
E’ inquietante – ed è la tesi centrale di Videocracy – come i richiami sessuali delle ragazze seminude che infarciscono i programmi Mediaset siano stati da sempre lo strumento di una strategia lucidamente perseguita di conquista culturale che ha trasformato in poco tempo un popolo di brava gente in una massa amorfa di passivi a-morali.
La tesi è assolutamente sostenibile, e i recenti disvelamenti di “Mignottopoli” dimostrano quanto la personalità di Berlusconi sia il demiurgo di questa decadenza antropologica. La conquista e il mantenimento del potere politico vengono di conseguenza.
Tra i personaggi squallidi da basso impero immortalati nel documentario si distinguono inoltre Lele Mora, il reclutatore di personaggi televisivi, mussoliniano con tanto di suoneria nazifascista; e Fabrizio Corona, il fotografo-estorsore che, espulso dalla Videocrazia per aver superato i limiti del codice penale, vi rientra a pieno titolo costruendosi addosso il personaggio di anima nera del sistema. “L’Italia è marcia” sostiene in una comparsata in discoteca da 10.000 euro all’ora, tanto è la sua parcella. Come dargli torto?
Mentre la cultura politica laica si opponeva con alterni successi nel corpo a corpo col berlusconismo, fino quasi ad esaurirsi, la Chiesa stava a guardare, pensando – come da sempre fa – che aveva solo da guadagnare dal divide et impera. Che oggi abbia cominciato a temere pure per sè stessa?






























